Gamification: non è solo un gioco.

Con molto piacere pubblichiamo il post di Enrico Mercanti (Kettydo), che ha presentato al Master alcune importanti case history nell’ambito del digital marketing.

Enrico Mercanti

Enrico Mercanti

La Gamification è un trend di questi mesi: su google sono quasi 20 mila i risultati solo in italiano. Tra i primi a parlarne – nel 2008 – è stato James Currier nel suo blog, ma in realtà la gamification è un concetto antico quanto il mondo perchè parente del divertimento, del gioco, della sfida.

La definizione “accademica” può essere questa: integrare le dinamiche di gioco in siti, servizi, community, contenuti o campagne di advertising al fine di guidare la partecipazione. Ma non è solo una questione di business, è una tendenza generale. Il rigido muro della contrapposizione fra lavoro e divertimento sta scricchiolando e si è aperta la breccia. Mentre alcune aziende impediscono l’accesso a Facebook altre, ad esempio BASF, lo utilizzano per scopi aziendali che aumentano la produttività. 

Sempre più alle attività quotidiane si sovrappone un “layer” di gioco. Perfino l’innovazione utilizza meccaniche di gaming per creare – insieme alla community online e grazie a una nuova modalità crowdsourcing – nuovi prodotti.

Fiat Mio, per esempio, è un esperimento brasiliano di auto co-creata. Gli strumenti della gamification sono piuttosto semplici: badge, classifiche e leaderboard (le vediamo nella sezione “partecipants” di Mio). Chi propone idee e commenti ottiene punti e sale nella classifica. L’obiettivo è creare l’auto “perfetta” e non solo ottenere punti; questi semmai sono uno strumento per stimolare la creatività e il coinvolgimento. Inondati da punti e badge, oggi la sfida sembra essere quella di creare intorno ai punti un gioco accattivante con motivazioni davvero stuzzicanti, dove ci siano abilità da mettere a frutto, fattori scatenanti e una forte motivazione.

Il compito – secondo B.J. Fogg, che si occupa di “tecnologia della persuasione” – deve essere abbastanza difficile – ma non impossibile – e deve generare flusso di coscienza o almeno divertimento. Non è un compito facile. Oggi gli strumenti che permettono la gamificazione sono diventati democratici (esistono infatti piattaforme come Badgeville, Bunchball) e  la creatività è un punto centrale del discorso. Se è vero che badge e punti non bastano, allora la creatività, e la personalità della marca che utilizza questa dinamica, diventa centrale. Un esempio di come funzionano le piattaforme di gamificazione lo potete trovare qui, dove viene presentata Badgeville.

Sul tema “pointification (ovvero l’attribuzione di soli punti e badge) vs. gamification” si stanno aprendo oggi enormi dibattiti, che probabilmente porteranno ad una evoluzione e ad una crescita della materia e dello stesso Social Media Marketing. Alcuni esempi e riflessioni sono nel blog di Badgeville Italia, in quello di Stefano Mizzella o di Giacomo  Mason.

Le buone pratiche sono ancora tutte da costruire: ci piacerebbe continuare a parlarne insieme di Gamification, una materia ancora tutta in divenire. A partire dal nome! Se gamification è una parola inglese, come potremmo tradurla in italiano? Qualcuno propone ludizzazione…Fateci sapere la vostra sulla pagina italiana Facebook di Badgeville Italia. In Italia le “buone pratiche” sono ancora molto rare, per quel che ne sappiamo noi. E voi?

Commenta il post