Toglietemi tutto, ma non il mio Tweet.

Pubblichiamo il post di Stefano Pelagotti, partecipante alla sesta edizione del Master.

L’episodio accaduto qualche giorno fa, che ha visto protagonisti il giornalista Michele Serra da una parte e gli utenti di Twitter dall’altra, induce a riflettere.

Come noto, nella sua “Amaca” del 16 marzo, il celebre maître à penser di Repubblica critica nel suo corsivo la brevità di Twitter, considerandola scarsità di sostanza. Per esprimere un pensiero critico, secondo Serra, 140 caratteri non sono sufficienti. Servono solo a soddisfare il desiderio di dire qualcosa, di esserci, di fare parte del gruppo.

Apriti cielo. Gli utenti di Twitter si scatenano contro il giornalista. In un modo talmente diffuso e insistente che Serra (forse invitato dalla direzione, difficile a dirsi) si sente “in dovere” di replicare, spiegare, quasi correggere il tiro. E lo fa in due sedi: con un intervista su Repubblica TV e con un articolo apparso su Repubblica. it. Un evento inusuale.

La frase oggetto delle critiche più feroci è quella finale, che paradossalmente (ma mica poi tanto…) ha le sembianze di un tweet: “Dovessi twittare il concetto direi: Twitter mi fa schifo. Fortunatamente non twitto…”. Proprio a voler dire che l’argomento è complesso e che l’immediatezza di Twitter non sarebbe sufficiente ad esprimerlo. Stratagemma metalinguistico che, molto efficacemente, funziona da “prova del nove”. Il concetto applicato all’oggetto.

Serra è stato subissato di commenti negativi, alcuni dai toni molto accesi, altri, specie su Twitter, sicuramente superificiali (avvalorando così il giudizio dello stesso Serra), altri ancora in maniera articolata.

Ora, fatta salva l’opinabilità del pensiero di Serra, credo che il punto sia un altro e che riguardi l’episodio in sé, le sue ragioni, il contesto in cui è avvenuto, il clamore che ha suscitato.

La comunicazione che si instaura su Twitter è indubbiamente rapida e frenetica. Ma non per questo povera. Per dirla col marketing, soddisfa un bisogno che altri mezzi di comunicazione non riescono a soddisfare. Ma, soprattutto,  una forma di comunicazione non esclude affatto l’altra. Infatti molti lettori di Repubblica si sono dimostrati in questo caso anche “abitanti dell’universo twitteriano”.

Quello che più colpisce, però, è la fortissima identificazione che la maggior parte degli utenti intrattiene con il social network in questione. Un’identificazione tale da suscitare vere e proprie rivolte in difesa del mezzo nel momento in cui contro di esso viene avanzata una critica, più o meno condivisibile. Sempre secondo una logica di marketing, gli utenti di Twitter si potrebbero considerare dei veri e propri “apostoli”, intimamente fidelizzati ed estremamente convinti dell’effettiva qualità del prodotto. Una prospettiva che apre nuovi orizzonti.

Ci troviamo forse di fronte ad un nuovo paradigma sociale e culturale in cui “il mezzo è l’utente”?

Stefano Pelagotti

Comments
  • Lorenzo Barbacci
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    Bel pezzo Stefano. Dico la mia dopo, superando sicuramente i 140 caratteri. 🙂

    Ho letto l’articolo e penso che l’autore abbia ragione. La parte che mi ha più colpito è stata questa: “non è data cultura senza dialettica, né ragione senza fatica di capire” e mi ha colpito alla luce della tua ultima riflessione sull’identificazione con Twitter ed i relativi apostoli.

    Penso che Twitter sia arrivato in un momento di povertà intellettuale disarmante e che quindi l’utente medio non sia assolutamente pronto per un medium simile. Non che non lo sappia usare, ci mancherebbe, ma visto che mancano quasi totalmente cultura e ragione oggigiorno, uno strumento che toglie per definizione dialettica e fatica di capire non fa che peggiorare le cose.
    Forse il mio pensiero sarà dettato dalla soggettività, ma sebbene apprezzi i social network in generale, Twitter non riesco proprio a digerirlo.

    Il massimo per me sono i forum, dove la dialettica ha libero sfogo e dove la ragione (intesa come prospettive diverse per vedere la stessa cosa) viene continuamente messa in discussione.

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