Transmedia storytelling e l’infinità delle narrazioni

Pubblichiamo il post di Giulia di Martella Orsi partecipante alla IX edizione del Master.

Il processo sinergico che vede confluire in vari media versioni alternative di uno stesso prodotto dell’industria culturale ha vissuto negli ultimi anni uno sviluppo inarrestabile, tanto da portare le aziende che lavorano in questo settore a volerne sapere sempre più. Sì perché finalmente si é fatta strada la consapevolezza di essere immersi in un’era post-moderna fatta di feticci, simulacri e trasformazione della cultura in prodotto. Come sottolinea Umberto Eco

sarebbe forse più corretto parlare almeno di due postmoderni: uno, artistico, inventato dagli architetti e adottato poi in letteratura, tendente a instaurare col passato un rapporto armonioso basato sulla rivisitazione,sul pastiche, sulla citazione affettuosa ed ironica; l’altro, di natura nichilistica, elaborato da filosofi come Lyotard, Derida, Vattim, fondato sulla messa dell’eredità del pensiero precedente.

(B.Maio, C.Uva, L’estetica dell’ibrido. Il cinema contemporaneo tra reale e digitale)

Alla base di questa riflessione troviamo comunque l’intenzione di Marshall McLuhan: “il contenuto di un medium é sempre un altro medium”, e da tale iniziare a comprendere che sempre più nella nostra cultura un singolo medium non agisce se esso è un fenomeno isolato perché trova significato nell’appropriarsi di tecniche, forme e significati sociali di altri media e cerca di rimodellarli e competere con loro.

crossmedia-transmedia-storytellingCosì oggi, in un’epoca di comunicazione integrata, l’industria culturale declina le proprie icone in più varianti per raggiungere pubblici differenti, ed ecco allora che nasce la transmediazione.
Il fenomeno del Transmedia Storytelling, secondo il suo fondatore Henry Jenckins,

è il processo in cui gli elementi costitutivi di una narrazione sono sistematicamente dispersi su varie piattaforme, allo scopo di creare un’esperienza di intrattenimento unificata e coordinata.

Non è ancora chiaro?
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Innanzitutto Transmedia NON è un adattamento: non si modifica un’opera per renderla compatibile con un diverso strumento espressivo; NON è una multipiattaforma, NON è cross-media: non utilizza diverse piattaforme comunicative per emettere una stessa informazione nei suoi diversi formati e canali.

Pensiamo invece ad un formaggio con i buchi. Esatto, un formaggio: creare Transmedia nella comunicazione vuole dire espandere una storia in modo strategico con diversi sistemi di significato (verbale, iconico, sonoro, filmico, ecc.) andandone a riempire i buchi che non sono quindi parti mancanti della storia, ma spazi interpretativi che uno sceneggiatore, un regista, uno scrittore lascia liberi così da poterli approfondire poi con ulteriori e nuove informazioni.

Oggi, nell’era della multimedialità, il futuro della narrazione è in mano ad un presente in cui i giovani si sono abituati ad una fruizione dei racconti completamente innovativa: questi racconti, per usare le parole di Umberto Eco, diventano opere aperte che si articolano poi attraverso i canali più disparati (ma sempre omogenei e coordinati tra loro), intrattenendo e emozionando in vari modi il proprio audience.

Cadono quindi le barriere tra i proprietari di un brand, di un’opera intellettuale e chi la condivide. In termini commerciali, perché questo fa gola alle aziende, si genera fedeltà reale tra il prodotto (la storia) e il consumatore. Se ci appassioniamo ad una storia raccontata in un film, potrebbe allora capitare di conoscere le origini del suo protagonista seguendo la serie tv del prequel, oppure gli sviluppi della storia madre grazie al sequel della graphic novel, o conoscere meglio i personaggi secondari grazie ad uno spin-off, o scegliere un finale alternativo tra quelli proposti dal videogame ad esso dedicato, leggere spoiler e novità sul blog o far parte di una community di appassionati come noi che creano storie.

Proprio Jenkins studia la cultura dei fans, i custodi ufficiali dei mondi narrativi che possono decidere di creare nel tempo libero nuove vicende in base ai loro desideri: i freeky fans vanno coltivati con cura perché sono gli evangelisti del prodotto, quelli che faranno espandere il mondo iniziale con nuovi contenuti sui diversi media e accrescere il valore della storia. Tali contenuti generati dagli users prendono proprio il nome di UGC (user-generated content) e chissà, magari con un po’ di successo possono farli diventare veri e propri Transmedia Producers.

To read fiction means to play a game by which we give sense to the immensity of things that happened, are happening, or will happen in the actual world. By reading narrative, we escape the anxiety that attacks us when we try to say something true about the world. This is the consoling function of narrative — the reason people tell stories, and have told stories from the beginning of time.

(Umberto Eco, Six Walks in the Fictional Woods)

La novità del Transmedia Storytelling quindi riguarda anche il ruolo delle figure principali, autore e lettore, che possono mescolarsi, invertirsi, confondersi o fondersi.
Oggi sappiamo così che quando un pensatore come Jean Francois Lyotard, che ho nominato qualche riga più su, spiega la postmodernità come la fine delle grandi narrazioni si sbaglia di grosso: non poteva immaginare che il progresso e la tecnologia avrebbero screditato la sua affermazione perché oggi le storie, i miti, non solo esistono ancora e sono grandi narrazioni, ma possono diventare infiniti.

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